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APPELLO ALLA REGIONE MOLISE: NO AL NUCLEARE
“Molisani svegliatevi.
Gli amministratori regionali decidono
sulla vostra pelle e su quella dei vostri figli!”
IL FATTO:
Con l’approvazione della Legge n. 99 del 23/7/2009 [G.U. n. 176 S.O. del 31/7/2009], il Parlamento ha creato le condizioni giuridiche per avviare un programma di realizzazione di nuove centrali nucleari in Italia.
La delega nucleare al Governo prevista da tale legge mette fuori gioco le Regioni sulla localizzazione degli impianti nucleari per la produzione dell’energia elettrica, sugli impianti per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi o per lo smantellamento degli impianti nucleari, in contrasto con quanto stabilito dal Titolo V della Costituzione sui poteri concorrenti delle Regioni in materia di Governo del territorio e sul rispetto del principio di leale collaborazione.
In base a questa valutazione, Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia, con una lettera dell’11 settembre scorso inviata ai Governatori e a tutti gli assessori competenti, hanno chiesto l’impugnazione di fronte alla Corte Costituzionale dell’art. 25 comma 2 lettera g) contenuta nella legge 99/2009.
Il fatto è particolarmente grave perché si vuole così scavalcare completamente non solo le Regioni, ma anche gli enti locali per localizzare impianti e aree, equiparate ad aree militarizzate, gestite da privati. Nei criteri e nei principi che improntano la delega al Governo, infatti, l’intesa con la Conferenza Unificata, a cui partecipano le Regioni e gli enti locali, è chiesta solo per la costruzione e l’esercizio (art. 25, comma 2, lett. g) degli impianti e non per la localizzazione (art. 25 comma 2, lett. a) che viene quindi avocata al solo Governo.
Gli ambientalisti, nella loro lettera, citano, a sostegno dell’impugnazione, almeno quattro sentenze della Corte Costituzionale (Sentenze n. 242, 285 e 383 del 2005 e n. 247 del 2006) in cui si ribadisce l’ineludibilità delle intese tra Governo e Regioni quale pieno riconoscimento della funzione amministrativa delle Regioni su materie in cui queste esercitano il loro potere legislativo concorrente.
Sette Regioni hanno deciso di alzare il livello della protesta contro l’esecutivo, chiamando in causa la Corte costituzionale: Toscana, Piemonte, Calabria, Liguria, Emilia Romagna, Umbria e Lazio hanno scelto di presentare ricorso alla Consulta contro la legge 99/2009, con cui il Governo cerca di far tornare l’Italia nell’errore nucleare scavalcando le competenze delle Regioni e la volontà dei cittadini residenti.
Della Regione Molise nessuna traccia!
Ma vi è di più. Non molti sanno che il Molise, unica regione d’Italia, ha cancellato la L.R. n.15 del 2008 che poneva limiti all’eolico, perché impugnata dall’attuale governo (la Regione non si è difesa), ed ha legiferato nuovamente con la L.R. n. 21 del 4 agosto 2009 che non pone più limiti, ma definisce solo meglio le aree vincolate secondo le linee guida che dovranno essere deliberate. Siamo favorevoli all’eolico purché la sua diffusione sia razionale e nel rispetto del bene comune.
Auspichiamo un maggior impegno in benefici per la diffusione delle energie rinnovabili che salvaguardino il creato e le future generazioni.
LE DOMANDE:
Perché la Regione Molise non ha impugnato il decreto governativo (scadenza dei termini il 30 settembre prossimo) sebbene la medesima sia stata scavalcata, così come tutte le regioni d’Italia, e nonostante voci ricorrenti di stampa che indicano quasi certo un sito in Termoli ?
Perché fino ad oggi non c’è stato nessun «atto politico» o «ricorso giuridico» della Regione che rifiuti il nucleare, avendo il Molise già contribuito al fabbisogno energetico con le Turbogas, i 27 parchi eolici con 362 pali già in funzione e, forse, altri (si parla di richieste giacenti in Regione di 2000 ulteriori pali) ?
L’APPELLO:
Non e’ tollerabile che la tanto decantata vivibilità della terra molisana, sia così compromessa dall’inerzia – non vorremmo tacita complicità - del governo regionale.
il molise è, di fatto, terra di conquista senza diritto né di parola né di difesa della propria terra, del proprio ambiente e del proprio futuro!
Attendiamo risposte chiare circa le posizioni assunte e assumibili dal governo regionale, non a parole, ma in atti politici, legali e amministrativi miranti solo ad una giusta e doverosa tutela delle genti e del territorio Molisano.
Arcidiocesi Campobasso Bojano
Diocesi di Termoli-Larino
Diocesi di Trivento
Mensili: Il Ponte – La Fonte – Il bene comune
Libera Molise
Fondazione Lorenzo Milani
Associazione “dalla parte degli ultimi”
Cooperative Il Noce,
Cooperativa Baobab,
Cooperativa Colle di Nisi,
Cooperativa Arcobaleno: sorriso di Dio
Art. 25. (Delega al Governo in materia nucleare)
1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto delle norme in tema di valutazione di impatto ambientale e di pubblicità delle relative procedure, uno o più decreti legislativi di riassetto normativo recanti la disciplina della localizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché dei sistemi per il deposito definitivo dei materiali e rifiuti radioattivi e per la definizione delle misure compensative da corrispondere e da realizzare in favore delle popolazioni interessate. (omissis)
2. La delega di cui al comma 1 è esercitata nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) previsione della possibilità di dichiarare i siti aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza e di protezione;
(omissis)
e) acquisizione di dati tecnico-scientifici predisposti da enti pubblici di ricerca, ivi incluso l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), e università;
f) determinazione delle modalità di esercizio del potere sostitutivo del Governo in caso di mancato raggiungimento delle necessarie intese con i diversi enti locali coinvolti, secondo quanto previsto dall’articolo 120 della Costituzione;
g) previsione che la costruzione e l’esercizio di impianti per la produzione di energia elettrica nucleare e di impianti per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi o per lo smantellamento di impianti nucleari a fine vita e tutte le opere connesse siano considerati attività di preminente interesse statale e, come tali, soggette ad autorizzazione unica rilasciata, su istanza del soggetto richiedente e previa intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti;

Con il Ddl sviluppo approvato di recente dal nostro Governo il nucleare ritornerà in Italia.
In questi mesi il Governo italiano sta cercando dodici possibili siti che siano compatibili con l’istallazione delle centrali nucleari.
Probabilmente una di queste centrali nucleari verrà aperta anche nella nostra Regione, nella zona di Termoli.
L’idea del nucleare in Italia e nel mondo è una vera follia, costituirebbe un ritorno al passato; oggi infatti, nessun Paese industrializzato investe più sul nucleare.
Tornare al nucleare significherebbe utilizzare una tecnologia vecchia,inquinante ma soprattutto dispendiosa; nei tempi di crisi, in cui viviamo, il Governo italiano sicuramente non dispone dei fondi che necessitano per il mantenimento di una centrale nucleare.
C’è anche il rischio legato ad eventuali incidenti che avrebbero conseguenze disastrose sulla popolazione di un intero continente. Così come rimangono i problemi relativi alla pericolosità delle scorie radioattive: basti pensare che in Italia non si è mai risolto il problema dello stoccaggio delle scorie delle vecchie centrali dismesse.
Inoltre durante il G8 dell’Aquila uno dei principali ordini del giorno ha riguardato proprio il clima e nonostante l’Italia era tra gli Stati presenti il più arretrato sul fronte delle energie rinnovabili, il nostro presidente del Consiglio non ha esitato ad affrontare questo tema.
Tornare al nucleare significa far tornare l’ Italia indietro di trent’anni, significa dire addio alla Green economy, significa che fallisce l’accordo del G8 sul clima.
Noi ragazzi di Rete Studenti Medi di Campobasso ci rivolgiamo a tutte le Istituzioni ed in particolare alla Regione Molise affinchè comprendano che non ci può essere futuro per noi giovani e per il nostro Paese se l’Italia non investe sulle energie rinnovabili
Su di un fiume scorrono quei giorni sono ancora vive le paure , tramortiti i sensi , offuscati i tempi nel fumo di quel fungo malefico che cambiò la storia… ma sono ancora vive le speranze ,ancora vivi i sogni ancor vive ed audaci le volontà di rinascere,di lottare e di cambiare… e galleggianti sulle acque che or tranquille nel silente corso son condotte dalla corrente del sud diretta verso il nord… nel solenne e profondo gesto di abbracciare il mondo or i pensieri volano di coloro- i cui sguardi assenti dalla morsa del tempo ancor aspettano e fissi mirano intravedendo tra le acque tacite e tranquille, il corso della loro vita che ancora scorre come per miracolo salvati dall’ immane destino che non risparmiò i loro simili… e le speranze di rinascita che aspettano di realizzare ancora scorron su quelle acque , dopo la lunga notte del fungo malefico che oscurò il mondo e or galleggian sulle onde danzanti e anelanti per il futuro dell’umanità…
Sono passate due settimane da quando i lavoratori della “San Stefar A.R.” di Campobasso si sono fermati: da dicembre 2008 ad oggi il “Gruppo Villa Pini” non ha adempito ai pagamenti dei loro stipendi. Nonostante non venissero retribuiti, i dipendenti della “San Stefar A.R.” hanno continuato a garantire assistenza domiciliare ai loro pazienti fino a quando le risorse economiche e psicofisiche non sono venute a mancare completamente.
Il senso di responsabilità, di professionalità e di correttezza dimostrato nel voler garantire gli stessi servizi ai pazienti in fase acuta non è riuscito a sollecitare il Presidente della Giunta Regionale che da oltre un anno continua a rinviare la seduta sul caso “San Stefar A.R.”.
E’ un obbligo della Giunta della Regione Molise garantire le cure offerte dai dipendenti della “San Stefar A.R.” a tutti i cittadini che ne hanno bisogno eppure la Giunta continua a dimostrarsi incapace ad intervenire con decisione per tutelare i diritti dei lavoratori della “San Stefar A.R.” che da oltre sei mesi non ricevono lo stipendio.
Durante l’ultima seduta del Consiglio Regionale, svoltasi il 7 luglio 2009, il Presidente Picciano ha proposto di rinviare di quindici giorni l’esame della proposta di legge in questione ed ha deciso la sospensione della seduta per consentire l’audizione dei lavoratori della San Stefar in lotta per l’occupazione ed il pagamento delle spettanze arretrate.
E’ inammissibile che la Giunta continua a tergiversare con rinvii e senza avere proposte di fronte sia alle richieste dei lavoratori della “San Stefar A.R” sia ai reclami dei pazienti che non ricevono più le cure necessarie. La Regione Molise dovrebbe assicurare ai cittadini la disponibilità di prestazioni sanitarie efficaci e sicure a prescindere che la “San Stefar A.R.” sia accreditata a una struttura privata.
I lavoratori con un’occupazione precaria, così come gli operai della “San Stefar A.R”, sono stati colpiti per primi e con maggiore violenza dalle conseguenze della crisi finanziaria per questo le Istituzioni dovrebbero elaborare proposte e soluzioni per difendere il lavoro esistente.
Il grido di disperazione dei dipendenti della “San Stefar A.R.” è sinonimo delle loro ansie e delle loro sofferenze, della perdita del proprio “essere sociale” come lavoratori e lavoratrici , della sicurezza di un reddito, del rischio di perdere la casa acquistata con il mutuo in buona parte ancora da pagare ,delle loro preoccupazioni per i figli senza lavoro o con lavoretti incerti .
Noi ragazzi appartenenti alla Rete degli Studenti Medi di Campobasso esprimiamo la nostra solidarietà nei confronti dei lavoratori della “San Stefar A.R.” e speriamo che questo articolo sproni la Giunta della Regione Molise verso la concretezza e ad abbandonare nell’angolo le false promesse.
Dall’ 8 al 10 di luglio gli 8 potenti della terra si riuniranno a L’Aquila per definire, senza l’ascolto dei cittadini che rappresentano, e secondo il proprio esclusivo interesse, le sorti di un pianeta dove milioni di persone al mondo continuano a morire per fame e per mancanza di accesso all’acqua e dove più di un miliardo e mezzo di persone viene sfruttata per un euro al giorno.
I beni comuni che servono alla vita ( cibo, acqua, aria, salute ) vengono privatizzati e diventano sempre più cari ed inaccessibili.
I diritti valgono sempre di più per le merci che per il genere umano.
Il sistema economico-produttivo consuma la natura senza né proteggerla né rigenerarla, mettendo a rischio la vita dell’intero pianeta. E quando la violenza economica non basta, i potenti scatenano la repressione contro i movimenti sociali o la guerra contro interi popoli. Eppure basterebbe investire anche solo il 2% del PIL mondiale per invertire radicalmente la rotta, basterebbe tagliare la spesa militare. Cose semplici che l’economia di mercato non fa. Questo è il sistema che il G8 promuove, protegge ed organizza.
Il carattere globale della crisi, che pesa con intensità diverse sull’intera umanità, comporta uno sforzo congiunto, con particolare attenzione ai temi dell’equità, della giustizia e della responsabilità nella scelta della direzione da dare allo sviluppo umano. Sotto questo profilo le grandi sfide a cui dare una risposta sono tre: sicurezza alimentare, controllo della finanza globale e clima.
Si tratta poi di rispettare gli impegni assunti dai paesi occidentali in materia di aiuto pubblico allo sviluppo, svincolandolo dal condizionamento dei paesi donatori e avvicinandolo al raggiungimento in tempi certi di quello 0.7 per cento del Pil che gli obiettivi del Millennio indicano anche per l’Italia entro il 2015. Infine l’Onu dovrebbe tornare a essere la sede propria delle politiche e delle scelte di sviluppo che investono l’intera umanità. La sua riforma è un tassello decisivo di questo adattamento. La garanzia dei beni pubblici globali (istruzione, salute, acqua, lavoro di qualità, ecosistemi) e dei diritti umani fondamentali richiede scelte e priorità di investimento coerenti tra loro. Per questo servono nuove politiche economiche e una nuova partecipazione democratica a tutti i livelli.
Aung San Suu Kyi, la combattiva donna birmana balzata alle cronache
mondiali nel 1989 a 44 anni di età, fino ad allora era una tranquilla madre di due bambini e moglie di un inglese, Michael Aris, professore di tibetologia all’Università di Oxford, città dove si era trasferita.
Il suo nome era pressoché sconosciuto alla maggioranza del mondo: di lei si sapeva solo che era figlia di Aung San, colui che preparò l’indipendenza della Birmania. Suu Kyi, suo padre non l’aveva praticamente conosciuto: morì assassinato nel 1947, quando lei aveva due anni di età, un anno prima che la Union Jack venisse definitivamente ammainata da quel suolo tanto bello quanto assetato di sangue. In famiglia l’anima e gli ideali di Aung San sono sempre stati colonne portanti per la crescita morale dei figli. La moglie dell’eroe nazionale, la madre di Suu Kyi, Ma Khin Kyi, ex infermiera al Rangoon General Hospital dove, nel 1942, conobbe il già famoso nazionalista che sposò il 6 settembre di quello stesso anno, non smise mai di mettere in pratica gli insegnamenti del marito.
Ma Aung San Suu Kyi, sposando uno straniero e andando a vivere in Inghilterra, Paese colonizzatore della Birmania e contro cui lo stesso Aung San si era battuto, fece la scelta di estraniarsi dalla politica attiva. Fino al 1988 la sua più grande ambizione fu quella di creare una serie di biblioteche nel suo Paese natale, anche se fece promettere al marito che, nel caso il popolo avesse avuto bisogno di lei, la famiglia non avrebbe dovuto trasformarsi in un ostacolo. Forse sentiva, in quanto figlia del padre della Birmania, di avere il dovere e, in un certo senso, anche il diritto, di ereditare e tramandare la memoria del genitore, ma non sapeva come proporsi ai birmani. I suoi affetti erano riposti nel cuore di persone separate da migliaia di chilometri di distanza, e permeati da culture, lingue, stili di vita troppo spesso in antitesi tra loro. Inoltre, lo stesso popolo a cui sentiva di appartenere, non la cercava. Sentiva di avere la stoffa del leader per vocazione, ma non riusciva a trovare il modo, l’appiglio che potesse presentarla davanti ai suoi connazionali come possibile erede delle idee paterne.
Poi, improvvisamente, una sera di marzo del 1988, mentre nella tranquilla casa di Oxford stava leggendo un libro assieme al marito, squillò il telefono. Corse svelta ad alzare la cornetta per paura che i trilli svegliassero i due bambini già addormentati. Quando abbassò il ricevitore, il destino era segnato: sua madre aveva avuto un collasso e Suu Kyi doveva rientrare a Rangoon per assisterla.
Nessuno, per la verità, fece caso a lei quando scese la scaletta dell’aereo il successivo agosto. I giornali internazionali non dedicarono una riga al rientro in patria della sconosciuta figlia di Aung San. Lo stesso Slorc (Consiglio di Stato per il Ripristino della Legge e dell’Ordine), che pochi mesi prima aveva ereditato il potere dal generale Ne Win con un fittizio colpo di stato, non diede peso all’esile figura di quella donna stata troppo tempo lontano da casa. Fu il primo di una lunga serie di errori di strategia politica della poco lungimirante giunta militare.
Ancor prima che la madre morisse, nell’ottobre 1988, la Suu Kyi aveva conquistato il cuore non solo dell’opposizione, ma dei birmani tutti, come testimoniò quell’82% dei voti conquistati nelle elezioni del 27 maggio 1990. Leader per carisma, proprio come suo padre. Per ironia della sorte (per modo di dire perché nel mondo politico e diplomatico nulla avviene per caso), il 19 luglio 1989, anniversario della morte del padre, Suu Kyi lancia il suo anatema: lo SLORC è controllato dall’onnipresente generale Ne Win, il quale, anche se ufficialmente in pensione, ha saldamente tra le mani le redini del potere nel Paese. Ma aggiunge qualcosa d’altro che scatena l’irritazione dei militari: la promessa del governo di trasferire il potere ai civili, rimarrà tale; una promessa. Per la verità, ciò che quel giorno disse Aung San Suu Kyi non rappresentava niente di nuovo: la grossa novità era che nessuno, prima di lei, aveva avuto il coraggio di denunciarlo apertamente.
Il giorno dopo, 20 luglio 1989, la Suu Kyi viene posta agli arresti domiciliari. Questa data segna una tappa fondamentale: la fama della donna travalica i confini birmani e la sconosciuta figlia di Aung San si trasforma in Aung San Suu Kyi. Non sarà un fuoco di paglia. La Lega Nazionale per la Democrazia, fondata appena due anni prima, riesce a vincere le elezioni del 27 maggio 1990 conquistando 392 dei 485 seggi del Parlamento birmano. La sorpresa dei risultati prende in contropiede lo Slorc, che nel tentativo di rimediare alle incredibili sviste, ne inanella di nuove ancora più madornali: annulla le votazioni col risultato di attirare l’attenzione e la riprovazione di tutto il mondo, che scopre finalmente l’esistenza di una nazione chiamata Birmania. L’anno seguente alla Suu Kyi viene assegnato il Nobel per la Pace con la sponsorizzazione degli Stati Uniti, in prima linea nel condannare il regime birmano, secondo loro troppo legato alla Cina Popolare. Da allora i rapporti tra la leader dell’opposizione birmana e i generali dello Slorc, si fanno sempre più tesi alternando alti e bassi.
Nel 1996, anno in cui riesco ad intervistarla, pur essendole stati revocati gli arresti domiciliari, non può muoversi da Rangoon, ribattezzata Yangon, se non con difficoltà. Durante la conversazione, durata quasi due ore, noto quanto la Suu Kyi misuri le parole. Non si lancia a spada tratta contro la giunta, anzi afferma che la “Lega Nazionale per la Democrazia è pronta a collaborare con i generali per un governo di coalizione nazionale”. Non lasciamoci ingannare: Aung San Suu Kyi con queste parole dimostra di essere un’astuta politicante. Sa che non potrebbe governare il Myanmar (che lei continua a chiamare Birmania) senza l’appoggio dell’esercito. La sua tattica è quella adottata da sempre dai grandi leader asiatici e dedotta dall’Arte della Guerra di Sun Tzu: allo scontro frontale preferisce giocare sul piano psicologico e tattico, dove la Suu Kyi non conosce rivali. Considera l’esercito parte di se stessa, della famiglia in quanto struttura creata dal padre: “Ho grandi simpatie per i militari. Li associo alla figura di mio padre e non riesco a provare alcun risentimento contro di essi. Sono solo delle pedine manovrate dallo Slorc.” Chissà, però, cosa ne pensano i birmani di queste parole. I militari, anche quelli senza stellette, non si sono certo tirati indietro nel 1988, quando nelle strade di Rangoon hanno ucciso migliaia di manifestanti. E sono sempre i militari che ancora oggi, nel momento esatto in cui state leggendo queste righe, soggiogano le popolazioni tribali al nord, le quali, del resto, non credono che una Aung San Suu Kyi avrebbe l’autorità e la capacità di mutare la situazione: “Dopotutto anche lei è una barman, una birmana” mi ha detto un leader Karenni scuotendo la testa.
Oggi la Suu Kyi è venerata perché è un simbolo: rappresenta la continuità storica della nazione, la voglia di democrazia del popolo, il progresso, una Birmania inserita saldamente nel puzzle della comunità internazionale. Ma cosa accadrà nel momento in cui da simbolo si incarnerà in donna di potere? (Perché, da sola o assieme ai suoi attuali persecutori, la Suu Kyi un giorno governerà il Myanmar). In Indonesia, tanto per tracciare l’esempio più attinente, Megawati Sukarnoputri, anche lei figlia dell’eroe nazionale, dopo essere salita al potere, non sta dimostrandosi all’altezza della fama che aveva quando era figura di punta dell’opposizione a Suharto. Aung San Suu Kyi, certamente donna più intelligente, integerrima e internazionalmente più rispettata, sarà pure lei chiamata a fare delle scelte. E le scelte, si sa, qualunque esse siano, portano a crearsi dei nemici. Il problema tribale, ad esempio, è un nodo apparentemente inestricabile. L’autonomia che molti stati dell’Unione auspicano, e che la stessa leader dell’opposizione è disposta a concedere, si avvicina più all’indipendenza che al federalismo offerto da Yangon. Occorrerà ancora far uso dell’esercito per debellare i movimenti di guerriglia ed evitare la balcanizzazione della nazione. Nel frattempo i militari continueranno a trafficare droga, a meno che la Suu Kyi riesca a sostituire questa lucrosa fonte di introito, con una altrettanto redditizia. Ma quale? La nazione è praticamente un’immensa cassaforte di cui solo l’esercito conosce la combinazione. E non sarà facile convincere i generali a dividere tale ricchezza con gli altri 50 milioni di birmani. Di tali ostacoli Aung San Suu Kyi è al corrente, ma pensa che possano essere superati con una sostanziosa dose di democrazia: “Ciò che la gente della Birmania vuole oggi è democrazia; una volta raggiunta avremo tutti i mezzi per risolvere le questioni che affliggono il Paese”. Idealista? Forse, ma senza ideali non è possibile raggiungere alcuna meta e l’uomo stesso ha bisogno di teorie per continuare a far girare la ruota della storia.
Il nostro impegno contro l’omofobia e per l’aumento dei diritti civili nel nostro Paese ci porta a Genova per l’edizione 2009 del Gay Pride. Una giornata per dire che il nostro Orgoglio è la nostra Diversità.
L’abbiamo detto in ogni scuola, in ogni città in cui è avvenuta sotto ai nostri occhi una discriminazione. L’abbiamo detto il 25 Aprile, quando ci siamo riappropriati delle parole che ci contraddistinguono: il nostro Orgoglio è la nostra Diversità, in qualunque forma essa si esprima.
Il nostro Paese fa ancora troppa fatica a riconoscere diritti e tutele a chi, a causa del proprio modo di essere, oggi è meno cittadino degli altri. L’orientamento sessuale è ancora uno dei primi motivi di discriminazione, violenza, suicidi giovanili.
Troppo spesso abbiamo tollerato che questo fenomeno venisse etichettato con il generico termine “bullismo”, quando sia l’ONU che l’Unione Europea hanno da tempo affermato l’esistenza di un problema sociale chiamato Omofobia.
L’Italia non fa abbastanza per difendere chi a scuola, in famiglia, sul lavoro, viene isolato, attaccato, umiliato perché omosessuale, bisessuale, trans gender.
Servono nuove leggi che riconoscano diritti a chi convive, a chi ama, a chi difende la propria identità.
Serve un impegno diffuso per combattere la cultura omofobica nelle scuole del nostro Paese.
Ci aspettiamo che il nuovo Governo cominci con il piede giusto a condividere questo impegno, a partire dal sostegno al Gay Pride.
Oscar Wilde si è schierato apertamente a favore della dignità e dei diritti delle persone gay e lesbiche. Ha osservato il mondo attraverso lo sguardo particolare dell’artista e ha generato una cultura grazie a questo sguardo. Il mondo che ha vissuto, Wilde lo ha raccontato in un’ottica diversa rispetto alla maggioranza. E a causa di questa diversità ha irritato, infastidito, spaventato.
Wilde non si è lasciato vivere dal mondo, ma ha cercato di riscriverlo. E non solo con i suoi aforismi. Se il mondo che sognava era così diverso da quello quotidiano, allora non poteva adattarsi del tutto ad esso. Perciò anche noi non possiamo adattarci del tutto al nostro mondo, dove ci sono ancora regole che sono state scritte senza il nostro consenso, ma anche per noi, da altri. È questa voglia di incidere sulla realtà per avvicinarla ai suoi sogni e alle sue visioni che rende Wilde ancor più speciale. Non solo due anni di carcere duro e di lavori forzati ha subito Wilde, ma ancora oggi subisce la disfatta morale nel prendere atto che la sua comunità – o per lo meno quella che egli ha contribuito a creare indossando garofani verdi1 – non ha tanto coraggio di osare, di alzare la voce, di rischiare.